CAPOSALDO DI FRONTIERA
       ELVA  è in cima alla Valle Maira, a  1637 metri, lontano dalle grandi  vie di comunicazione. Anni addietro  una statistica disse che era il paese più povero d’Italia. Il sindaco Laura Lacopo ricorda che la gente quassù sorrise:  “Si è poveri solo quando si ha fame, quindi noi non lo siamo,  abbiamo un altro stile di vita”. E altri valori.  Un centinaio i residenti, sparsi nelle varie borgate, d’inverno restano una trentina. Eppure ancora un secolo fa si contavano 1300 anime. Si racconta di anni fortunati.  Nuto Revelli, scrittore e partigiano, li ricorda nelle pagine de “L’ Anello forte”,  e parla  di quando in quelle case “si lavoravano i capelli, antica attività del paese con l’allevamento”.  Da Elva  si spedivano chiome e ciocche raccolte in tutta Italia: servivano a far parrucche per regine e re, nobili e ricchi, in Europa e nelle colonie. 

A Serre il “Museo dei Pelassiers” fa rivivere quei giorni. E anche la Parrocchiale parla di tempi più lontani e fortunati: nasconde un tesoro, una Crocifissione del pittore fiammingo Hans Clemer, che ad Elva nella seconda metà del 1400 ha lasciato il suo capolavoro. Sono affreschi immensi, struggenti. Clemer è da sempre noto come "il maestro di Elva". I ricordi scoloriscono nelle parole dei vecchi che mormorano di quando, in autunno, la neve cancellava i sentieri e il paese restava isolato fino a primavera. Poi negli anni Sessanta si ruppe l’isolamento: fu aperta una via nella roccia, il Vallone. Ma quella strada divenne “un imbuto che inghiottiva gli abitanti, per gettarli a valle, verso le fabbriche”.  Per molti fu una via senza ritorno. Ad Elva sono rimaste le bellezze di un anfiteatro naturale abbracciato dai suoi monti, il Pelvo, il Chersogno, oltre 3000 metri.  E una manciata di donne, uomini, ragazzi che vogliono continuare a vivere quassù, anche con fatica. Un campanile, le case in pietra, i tetti in losa, i camini che fumano:  quasi un caposaldo di  frontiera.  (ezi.mas.)

 

seguici su facebook