I Pelassiers.

 

            QUANDO SI COMMERCIAVANO I CAPELLI

 I Cavié " dall'abbigliamento curato e dal fare spigliato", avevano anche un linguaggio segreto - Cantavano una canzone per convincere le ragazze: " Alè, alè, donne dagli occhi belli, c'è una nuova moda per esser più piacenti. Arriva dalla Francia..." - Giravano nei paesi di tutta Italia e all’Estero - Quel commercio permise di scoprire e confrontarsi con realtà, usi e culture diverse - Un’attività che coinvolse il paese: nel 1901 erano oltre 1300 i residenti - Pochi si arricchirono, ma uno aprì un laboratorio a Londra - Il Museo fa rivivere quei tempi lontani

 

     Stavano via da casa per mesi. Utilizzavano i tessuti come merce di scambio con i capelli. Era necessario imparare lingue e dialetti delle zone che si frequentavano, e aver spirito di avventura per affrontare viaggi lunghi e avventurosi. I caviè ”dall’abbigliamento  curato e dal fare spigliato”, si spinsero in tutta Italia e all’estero. Occorreva capacità di persuasione. A volte si raccontava di una nuova tendenza in fatto di acconciature secondo la quale il capello corto sarebbe stato di gran moda.

“Alè, alè  donne

dagli occhi belli”.

Ma era la povertà e il desiderio di ricevere la merce del baratto a spingere le donne al taglio della chioma. ”Alè, alè donne dagli occhi belli, bisogna tagliarsi i capelli, è la moda nuova”  cantavano i caviè. Impararono molti dialetti,  Ma svilupparono anche un gergo segreto, che permetteva di comunicare tra di loro senza essere compresi dagli altri.  Si spostavano in treno, più spesso a piedi, riponevano i capelli in un sacco di juta, dormivano in stalle o granai.

Questo lavoro raggiunse il suo apice nei primi del Novecento, Elva aveva, nel 1901, ben 1319 residenti. E metà paese lavorava per i capelli, le donne li pulivano e li preparavano, raccogliendoli in ”mazze”. Particolarmente pregiate erano le trecce e i capelli bianchi che finivano a Londra.

 Si era all'inizio del 1800 :

cominciò la fortuna di Elva

La posizione fortemente isolata di Elva, se da un lato garantì una forte autonomia, comportò un costante problema per le comunicazione e una cronica insufficienza di risorse, diventata seria ai primi delll’ottocento con l’aumento delle comunità presenti, sparse in una ventina di borgate. Iniziò una forte emigrazione stagionale che vedeva scendere a valle in autunno  uomini e ragazzi che rientravano a primavera: arrotini o cardatori di canapa, o lavori di fatica, qualcuno commerciava stoffe. L’idea di iniziare a raccogliere capelli, si dice, sarebbe nata dall’incontro di un giovane sceso in Francia, con un commerciante di questa insolita materia, essenziale per confezione parrucche per i ricchi e  i nobili. Era l’inizio del 1800: quell’incontro fece, per molto tempo, la fortuna di Elva.

Si aprirono appositi laboratori  per le ragazze nubili, mentre quelle già sposate e con prole lavoravano di solito a casa. Tale lavoro richiedeva l’utilizzo di particolari strumenti che furono progettati e realizzati dagli uomini di Elva. Ed erano appunto le ” mazze” il risultato finale: capelli divisi per colore, lunghezza, bellezza. Oltre ai capelli che raccoglievano dal taglio (non sempre sufficienti per soddisfare le richieste) venivano commercializzati anche i ”pels del penche”, ovvero i capelli raccolti dal pettine e sulle spazzole.

Anche quelle ciocche

valevano quanto l’ oro

Le donne avevano cura di riporre questi capelli in scatoline e appositi sacchetti nell’attesa del passaggio dei caviè. Anche quei capelli erano oro. Va detto che la raccolta dei capelli, grazie al grande coraggio e  alla possibilità di spostarsi, ha offerto una grossa opportunità al paese, alla gente di Elva. Non tanto di arricchirsi, ma di lavorare e quindi, per anni garantire una vita decorosa. Fu una scelta dura, di necessità, di dignità, di amore verso le mogli e i bambini. Che portò alla conoscenza di realtà diverse, di paesi lontani. Come per gli emigranti di ogni tempo e di ogni luogo, permise il confronto con usi e costumi, modi di vita, cibi, di  paesi nuovi. Un formidabile scambio di idee. E  questo fa cultura.

A cura di Sesia Mantelli, gestore del Museo

 

Il Museo

è in Borgata Serre.

Informazioni 340.9846508

 

  C'è chi può ancora raccontare quei giorni ...

     A Elva qualcuno può ancora raccontare di quei giorni. E’ Ercole Pasero. Lo vedete e lo sentite parlare nel filmato al Museo (ma anche nella breve testimonianza che illustra il racconto di Sesia Mantelli.). Se avete fortuna lo trovate seduto sul gradino di casa a prendere il sole, accanto alla sua finestra, sul davanzale un geranio sempre in fiore. O lo incrociate mentre cammina, con fatica, per Serre, appoggiato al bastone. Se lo riconoscete, salutatelo, fermatevi. Quel suo gioco di mani, il sorriso sempre aperto, vi incanteranno. Sarà un chiacchierare festoso. Racconta. Di quando era ragazzo, famiglia benestante, e potè studiare. Si diplomò in ragioneria. L’offerta immediata di assunzione presso una banca saluzzese. Il suo rifiuto perchè, fatti due conti, scoprì che guadagnava di più aiutando il padre come caviè, commerciando cioè i capelli. Ricorda il suo pellegrinare per il mondo. Ride: “Io ho conosciuto l’Italia attraverso le stazioni ferroviarie”. Poi cominciò a fermare sulla tela, con pennello e colori, suggestivi angoli di Elva. Chiude gli occhi e racconta la sua vita. E' davvero una bella favola. (ezi.mas.)

 ... ma c'è anche chi ancora continua quel lavoro

Sono passate quattro generazioni ma c'è ancora chi, elvese di radice, gestisce un laboratorio di parrucche e capelli. A Saluzzo. E' la storia di Tiziana Somà, e della sua famiglia. Ha una voce dolce e sottile, racconta di sua mamma, Margherita. E di suo padre, Virgilio, classe 1930, che il mestiere imparò dalla madre Caterina,  sorella di Jean Pierre Isaia, detto "Prot d'Isaia". Persone che i vecchi d'Elva ricordano ancora. E proprio nonna Caterina raccontava a Tiziana, allora una bimba, di quel lavoro che le donne in paese, nelle lunghe giornate invernali, facevano "affacciate alla finestra delle stalle, per cogliere la luce riflessa sulla neve". Lei, Tiziana, porta avanti l'attività dei suoi antenati e che il padre, dopo essersi specializzato in Inghilterra, intraprese con un florido commercio con Londra, Parigi e New York. Altri loro parenti aprirono negozi a Londra e a Torino. Quando, nel 2006, a Serre si è allestito il Museo, Tiziana Somà ha donato parecchi suoi strumenti, materiale vario e foto ora esposte nelle belle sale della Casa della Meridiana. Quei pezzi raccontano la storia di questa straordinaria famiglia che da quattro generazioni lavora i capelli. E che oggi, come un tempo, sa fare le donne ancora più belle. (ezi.mas.)

 

 

 

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