LO SCHERZO DEL MULO DI TET. Ero giovane sui vent’anni, ai primi degli anni cinquanta, in quel periodo disastroso e difficile del dopoguerra, quando sono arrivato a Cuneo, diretto ad Elva come insegnante elementare incaricato. Spirava ancora il “vento del nord” e per le valli del cuneese risuonava forte l’eco della Resistenza, il nome di Duccio Galimberti.  Dopo tre giorni di viaggio lungo e faticoso, sono arrivato a Stroppo, con la corriera di Matteo, dove ho incontrato Tet (Marco Pasero) il postino, il mio primo incontro con la gente elvese. Dopo il carico del mulo con la posta e la mia poca roba che mi portavo dalla Calabria, ci siamo messi in cammino ed abbiamo affrontato la salita del Vallone. Avevamo fatto un tratto di salita, quando Tet che comprendeva la mia stanchezza, mi ha suggerito di aggrapparmi alla coda del mulo che mi avrebbe trainato un poco. E’ quel che ho fatto e mi andava bene. Ma dopo un poco, improvvisamente, il mulo sfodera un poderoso calcio all’indietro che fortunatamente andava a colpire di striscio il mio pantalone.  Ho abbandonato rapidamente la coda del mulo, mentre il povero Tet, sorpreso e addolorato, esclamava: “Sono tanti anni che ho questo mulo e mai aveva fatto uno scherzo del genere”. Ho risposto sorridendo: “Aspettava che arrivassi io dalla Calabria per mettersi a scherzare”. Ho ripreso a camminare accanto a Tet che cercava di darmi coraggio: “Maestro Elva è ormai vicina e tra poco potremo vedere il campanile della chiesa”. Dopo un po’ ecco davanti a noi il campanile della chiesa d’Elva che campeggia in alto del cielo azzurro. Ho provato sollievo. Pareva bastasse allungare la mano per aggrappare la croce. E invece toccava camminare ancora molto inseguendo quel campanile che compariva e scompariva tra gli alberi. Ed infine eccoci ad Elva a rifocillarci nell’osteria di Tet, accuditi da sua moglie Rosa, così buona e premurosa, mentre qualche avventore incuriosito nel vedere quel maestro che veniva da lontano, esile, dal colorito chiaro e dagli occhi azzurri, così diverso dallo stereotipo del meridionale tarchiato e bruno, mormorava stupito nel dialetto elvese: “ma quel lì, non sembra proprio un terrone”.

I primi giorni ad Elva mi sentivo un po’ stretto e limitato, il cuore mi si stringeva tra quelle montagne, abituato al mio paese a correre sulle spiagge sconfinate del Mare Ionio, attratto da orizzonti lontani. Ma poi, il limpido cielo, gli alberi maestosi, il sorriso e l’accoglienza della gente elvese, mi aprirono il cuore. Così la conca elvese apparve sempre più grande e più bella: nei mesi caldi, avvolta nel verde, come nell’inverno quando la neve cadeva così tanta  “che le galline beccavano le stelle”.   Ed al centro della conca il capoluogo, Serre, la piazza col municipio e la scuola; e gli alunni che al mattino accorrevano vociando dalle borgate lontane, con le cartelle a tracolla, battendo strade impervie con i grossi scarponi; o correndo allegri sulla neve con gli sci fatti di tavolette di legno legate al piede con lo spago. I miei alunni. E poi tanta gente la domenica che andava a messa, all’osteria, al cimitero, al mercatino di Gianu. E l’illustre e colto parroco don Michele Fusero, al servizio di tutti e di tutto, che accorreva ovunque, nei casolari più sperduti; e poi a sera a scrivere poesie di fede e di speranza nella lingua più schietta e bella della sua gente. Mentre il giovane alpino Piero Raina che rientrava dal fronte russo portandosi nel cuore la più grande avversione verso la guerra, iniziava un nuovo cammino poetico d’amore verso la sua terra e la sua gente. Elva, il bel paese dell’accoglienza, dove potevano trovare scampo anche i briganti perseguitati, come i soldati della regione tebana. Elva, dalle ascendenze provenzali nella cui lingua “mai è stata scritta una dichiarazione di guerra”. Ora, lassù, di quella straordinaria comunità restano pochi. Gente indomita, impegnata a difendere una storia meravigliosa, per me indimenticabile.  Una storia che vive nel canto nostalgico di Raina che ricorda  ”… le nostre case lassù nelle pieghe dell’Alpe Silenziose”. Sono passati tanti anni da quando ho lasciato le spiagge del mio Paese per raggiungere Elva. Ogni tanto, a sera, torno a fare qualche lenta passeggiata lungo le rive del mar Ionio e sento un richiamo nostalgico di tempi lontani. (maestro Antonio Capogreco)

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