QUEI DIFFICILI ANNI CINQUANTA. Per raccontare Elva, bisogna parlare di “prima e dopo la strada”. E gli Anni 50 ci portano a “prima”, quando la strada del Vallone si ferma poco dopo la Madonnina (non c’era ancora il ponte), e la strada del Colle era quasi una mulattiera. La nostra economia, in quei tempi, era prevalentemente agricola. Ogni famiglia aveva da 2 o 8 mucche al massimo, qualcuna un mulo e pecore (la lana serviva per far maglie e calze). Si allevavano vitellini da latte, a 3-4 mesi si vendevano. In autunno si vendevano anche i montoni grassi. Il problema grosso era il fieno: se d’inverno ti mancava dovevi vendere le mucche. Qualcuno faceva il boscaiolo, per ditte di fuori. Altri i commercianti, o cercavano lavoro anche all’estero. I vitelli erano ricercati: nel ’54 mio papà Raimondo vendette un vitello da coscia, sui 200 chili, per 164 mila lire, soldoni in quei tempi. Ad Elva c’erano quattro osterie: a Serre (la gestiva Pasero), a Traversa (Lumbard) a Grange (Tot) a Goria (Munet Menin). E tre negozi di commestibili: due a Serre (con la tabaccheria) uno a Traverse. Per diminuire i pesi (tutto era trasportato in spalle o sui muli) il vino, ad esempio era versato in pelli delle capre: in ogni pelle 50 litri. In quegli anni in Elva vivevano 500 abitanti. Il pane si faceva una volta all’anno. Si accendevano i forni di borgata la settimana dei Santi, con luna buona. Le forme si riponevano nei solaio, per conservarsi. Il pane diventava duro come le pietre e, per ammorbidirlo, si metteva nel latte o nell’acqua. Poi arrivarono le strade. Prima fu quella del Colle di Sampeire (1956): venne formato un Comitato per la strada, ne facevano parte il Comune, il parroco don Chiotti e altri elvesi. I lavori furono affidati a mio nonno materno Pietro Bruna “Pietro d’Aruo”. Era esperto nelle opere stradali, aveva imparato a Parigi, lavorò per il Metrò. Con lui c’era un gruppo di ragazzi. Qualche anno dopo anche il Vallone raggiunse l’abitato di Elva. E la vita cambiò. Era finito l’isolamento. Con le strade arrivarono moto, auto e camion. I commercianti portavano su farina, riso, zucchero; noi davamo loro gli animali, formaggio, orzo, segala, patate. La vita migliorò. Molti scesero in valle per trovare lavoro. E non tornarono più. Ricordo che un solo giorno di paga alla Michelin era quanto si ricavava vendendo un quintale di patate. Qualcuno riuscì a risparmiare soldi. Chi guadagnava però non investiva ad Elva, preferiva comperare cascine in valle. Il paese si spopolò, le case vennero abbandonate. Le strade fatte per togliere l’isolamento fece scoprire un mondo diverso. E per molti fu, per sempre, l’addio. (Tony Garnero, allevatore)

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